Il futuro dello spazio pubblico

18.09.2026
Photo collage from a K.hub Journey meeting, showing a speaker with a microphone and participants gathered around a large table in discussion.

Le città occupano circa il 3% della superficie del pianeta, ma concentrano oltre la metà della popolazione, tre quarti dei consumi energetici e l’80% delle emissioni.

La questione urbana riguarda quindi insieme ambiente, infrastrutture e vita collettiva. La distinzione latina tra urbs e civitas resta sorprendentemente attuale: la città costruita da una parte, la comunità che la abita dall’altra.

Ci accorgiamo dello spazio pubblico soprattutto quando qualcosa cambia: una strada diventa pedonale, una piazza si svuota, il caldo rende difficile sostare all’aperto, nuovi comportamenti modificano luoghi che pensavamo di conoscere. Eppure è proprio nello spazio pubblico che una città mostra una parte importante di ciò che è.

Capire come usiamo davvero la città

Per molto tempo osservare il comportamento delle persone nello spazio urbano ha richiesto un lavoro enorme. Negli anni Settanta e Ottanta William H. Whyte filmava con telecamere Super 8 piazze e parchi di New York, studiando dove le persone si fermavano, come si muovevano, quali luoghi favorivano l’incontro.

Oggi l’intelligenza artificiale permette di analizzare quelle stesse dinamiche con una scala e una velocità completamente diverse.

Il confronto tra immagini storiche e contemporanee degli stessi luoghi mostra una trasformazione significativa: il tempo trascorso nello spazio pubblico diminuisce, ci muoviamo più velocemente e aumentano le persone che si muovono da sole. Sono dati che non spiegano da soli perché stia accadendo. Rendono però visibile un cambiamento che oggi può essere studiato con una precisione nuova.

Quando l’incontro si sposta altrove

Per secoli la piazza è stata anche un’infrastruttura informativa. Ci si incontrava per sapere cosa fosse successo, scambiare notizie, costruire relazioni.

Poi una parte crescente di queste funzioni si è spostata altrove: prima nei giornali, poi nei media elettronici, infine nei dispositivi digitali personali.

Oggi possiamo informarci, organizzare un incontro o conoscere qualcuno senza necessariamente condividere uno spazio fisico. Anche l’automobile ha contribuito a modificare la città, occupando spazio e riducendo alcune occasioni di contatto.

Per questo il tema dello spazio pubblico riguarda sempre più la possibilità di restituire luoghi all’incontro: sottrarli al traffico, ripensare luoghi sempre più orientati alla funzione commerciale, creare nuovi spazi comuni.

Progettare senza irrigidire

La progettazione entra qui in un territorio delicato. Può creare condizioni che favoriscono l’incontro, ma difficilmente può prevedere fino in fondo come un luogo verrà vissuto. Una scala può diventare un’agorà verticale. Uno spazio di passaggio può trasformarsi in un luogo di sosta. Un ambiente progettato per una funzione può acquisirne altre attraverso l’uso.

Vale anche per le città ciò che Churchill osservava a proposito degli edifici: “diamo forma ai nostri edifici e poi i nostri edifici danno forma a noi”.

È un rapporto reciproco. Gli spazi influenzano i comportamenti, ma i comportamenti continuano a modificare gli spazi.

Per questo la progettazione urbana assomiglia sempre meno alla ricerca di una soluzione definitiva e sempre più a un processo di osservazione, sperimentazione e adattamento. Dati, ascolto, soluzioni temporanee e feedback diventano strumenti per capire cosa funziona prima di renderlo permanente.

Forse è qui che si gioca una parte importante del futuro dello spazio pubblico: nella capacità di costruire città che lascino spazio a modi nuovi di stare insieme.