La psicologia delle scelte sbagliate

19.03.2026
Executives seated around a table during a K.hub session while Vittorio Lingiardi with a microphone presents a talk on decision-making psychology.

Nelle pratiche decisionali, individuali e organizzative, l’attenzione è generalmente concentrata sulla qualità della scelta. Molto meno spazio è dedicato a ciò che accade dopo, quando una decisione viene mantenuta nel tempo.
È in questa fase che emerge una difficoltà meno visibile ma più strutturale: non tanto sbagliare, quanto continuare lungo una traiettoria anche quando non produce più risultati o genera progressivamente insoddisfazione. Il problema non è quindi l’errore in sé, ma la sua persistenza. La questione non riguarda tanto la decisione iniziale, quanto i meccanismi che rendono difficile interromperla.
Questa persistenza non è casuale. Si radica in una configurazione complessa che intreccia tratti individuali, storia relazionale e contesto. La ripetizione non è semplicemente un errore di valutazione, ma l’espressione di una coerenza interna: la tendenza a riprodurre schemi già conosciuti, anche quando risultano sfavorevoli.

Quando ciò che funziona diventa un vincolo

Molti elementi che sostengono la performance possono trasformarsi in limiti quando perdono flessibilità. L’ossessività, ad esempio, può garantire precisione, ma diventare un ostacolo quando impedisce di considerare qualcosa come “sufficiente”. Il narcisismo può alimentare energia e ambizione, ma trasformarsi in chiusura o dipendenza dal riconoscimento.
Lo stesso vale per la perseveranza. Nei contesti organizzativi è una qualità valorizzata, ma esiste una soglia oltre la quale diventa incapacità di interrompere. Una situazione può essere complessa mantenendo una direzione evolutiva; diventa ripetitiva quando l’investimento continua in assenza di reale possibilità di trasformazione.
In questi casi, la continuità è sostenuta più dalla familiarità che da una prospettiva di sviluppo.

I segnali della ripetizione

Le dinamiche ripetitive raramente si presentano in modo esplicito. Più spesso emergono attraverso segnali indiretti: una progressiva riduzione della vitalità, una insoddisfazione persistente, forme di irritazione trattenuta.
Si osserva spesso anche uno scarto tra il modo in cui la situazione viene raccontata — come qualcosa che evolverà — e l’esperienza concreta, che tende a rimanere invariata. In queste condizioni, l’energia non è più orientata al cambiamento, ma alla conferma di uno schema.

Perché è difficile cambiare

Anche quando la disfunzionalità è riconosciuta, interrompere una dinamica resta difficile, perché il cambiamento non riguarda solo il comportamento, ma l’identità.
Gli schemi costruiti nel tempo offrono una struttura stabile. Uscirne implica attraversare una fase di transizione in cui ciò che era non funziona più, ma ciò che sarà non è ancora definito. Questa condizione genera incertezza e può rendere preferibile una configurazione conosciuta, anche se insoddisfacente.
Anche il successo può contribuire a questa dinamica: quando diventa parte dell’identità, tende a essere replicato e difeso, riducendo la disponibilità al cambiamento.

Relazioni, leadership e contesto

Il modo in cui queste dinamiche si esprimono dipende anche dal rapporto tra individuo e contesto. I confini tra interno ed esterno — come una pelle che protegge ma allo stesso tempo espone — regolano il livello di apertura e di coinvolgimento. Una rigidità eccessiva riduce la relazione; una permeabilità eccessiva espone a sovraccarico.
Questa regolazione è centrale anche nella leadership. Guidare non significa uniformare, ma riconoscere e valorizzare le differenze. Tuttavia, una presenza troppo ravvicinata può generare dipendenza, mentre una distanza eccessiva produce disconnessione. La leadership si costruisce quindi su un equilibrio tra vicinanza e distanza, tra appartenenza e autonomia.
Le condizioni contemporanee rendono questo equilibrio più difficile. Accelerazione, pressione performativa e continua esposizione riducono lo spazio di riflessione, rendendo più complesso riconoscere i segnali e interrompere schemi disfunzionali.

Riconoscere la soglia

Non esiste un indicatore universale della ripetizione. Ciò che conta è la possibilità di riconoscere i propri segnali e attribuire loro significato.
La soglia tra perseveranza e automatismo non è oggettiva, ma dipende dalla qualità dell’esperienza. Non tutto ciò che dura evolve; non tutto ciò che resiste genera sviluppo.
La ripetizione non è semplicemente un errore che si prolunga, ma una forma di organizzazione dell’esperienza. Interromperla implica attraversare una discontinuità: uscire da una struttura nota senza avere ancora piena visibilità di quella successiva. È in questo passaggio che si concentra la difficoltà.