Solo il 19% delle PMI italiane – su un 54% che pur investe in nuove tecnologie – utilizza in modo davvero strutturato soluzioni digitali avanzate nel 2025. Per il board aziendale, la digital transformation rischia di restare, ancora, una promessa a metà. Una “terra di mezzo” in cui la modernità è dichiarata, ma le performance restano in ombra. — Il digitale tra mito e realtà: come uscire dalla “terra di mezzo” nelle aziende italiane
L’impasse della maturità digitale
La spinta verso la digitalizzazione coinvolge ormai la maggioranza delle PMI. Eppure, a parte pochi esempi virtuosi, la vera trasformazione dei processi core – dalla supply chain alla relazione con il cliente – è fatta più di patch tecnologiche che di rivoluzioni. Il rischio di overstatement è riconosciuto dagli stessi osservatori: la distanza tra ciò che si implementa e ciò che davvero cambia in azienda rimane ampia.
Più efficienza, meno abitudine all’esecuzione
Non aiuta il quadro macro. In dodici mesi i costi dell’energia sono aumentati del 17%, traducendosi in una “tassa occulta” sui margini – solo per il gas, il rischio stangata supera gli 1,6 miliardi di euro per le PMI. E mentre la produzione industriale cala del 3,5%, il c-level è chiamato a orchestrare una competitività sempre più selettiva, tra revisione dell’energy mix, ottimizzazione dei processi e presidio della catena del valore.
Serve quindi una nuova leadership operativa: capace di superare la tattica a breve termine e costruire metriche chiare sui ritorni, con una governance del rischio avanzata senza rinunciare alla flessibilità.
Se il digitale può essere un moltiplicatore, lo diventa solo quando la trasformazione riguarda le persone, non solo i sistemi informativi. Le soluzioni vampire in cui “tanto abbiamo già investito” si rivelano spesso pozzanghere di tempo e risorse: serve invece coraggio per sperimentare, misurare, abbandonare ciò che non funziona e integrare tecnologie realmente abilitanti.
La “guerra dei talenti” non è più uno slogan
Un altro ostacolo chiave riportato dalle aziende è nella “war for talent” manageriale: l’80% dichiara criticità nel reperire o trattenere competenze qualificate. L’investimento in formazione, benessere reale e purpose condiviso diventa così la sfida decisiva per uscire dalla mediocrità digitale. Non si tratta solo di attrarre talenti, ma di costruire percorsi di crescita e retention, in un contesto competitivo dove il C-level deve essere sempre più coach e meno “controllore”.
Nuova governance, nuova crescita
Se la regolamentazione spinge sulle metriche ESG (dal 2025, tramite il D.Lgs. 125/2024 la rendicontazione di sostenibilità diventa obbligatoria per la maggior parte delle aziende), solo chi integra davvero sostenibilità e stakeholder engagement nella strategia potrà usarli come leva competitiva, non come vincolo.
Il board, oggi, deve affiancare trasparenza su SDG, gestione evoluta del carbon footprint e coesione con gli stakeholder a performance operative e finanziarie. Qui la sfida si fa autentica: la fiducia del mercato (e degli investitori) si costruisce sull’accountability, non sulle narrazioni.
Scenario per il management italiano
Per superare la “terra di mezzo” digitale occorre osare: con metriche di impatto e non di sola compliance, investimenti selettivi e scelte trasparenti su persone e tecnologie. Chi guiderà questo passaggio – con pragmatismo, ma senza paura di innovare davvero – si ritroverà nell’esiguo, ma determinante, 19% che fa la differenza.
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