The K.hub Journey inaugura il filone Benessere con una riflessione su memoria e oblio, con Sergio Della Sala.
Il 20 novembre si è tenuto il primo incontro del programma The K.hub Journey, all’interno del filone dedicato al benessere, con la partecipazione di Sergio Della Sala, professore di Neuroscienze Cognitive Umane all’Università di Edimburgo. Il tema centrale della discussione ha riguardato la funzione evolutiva dell’oblio e la necessità di superare l’idea tradizionale che interpreta la dimenticanza come un limite o un segnale di fragilità. Le neuroscienze mostrano che la memoria non è un semplice sistema di archiviazione fedele, ma un processo selettivo e ricostruttivo. Lo scopo della memoria non è conservare ogni informazione, bensì aiutare l’individuo a prendere decisioni efficaci, filtrare la complessità dell’esperienza e anticipare il futuro. In questo quadro, la dimenticanza svolge un ruolo essenziale: consente di eliminare dati obsoleti, ridurre l’interferenza tra esperienze simili e concentrare le energie mentali su ciò che conta davvero.
Un ulteriore approfondimento si è focalizzato sui bias cognitivi. Definitivi spesso come “errori”, sono in realtà strumenti pratici attraverso cui la mente semplifica la realtà e agisce con rapidità. Questi fenomeni sono il prodotto di processi adattativi che privilegiano la velocità rispetto a una precisione analitica. La discussione ha richiamato anche il dibattito scientifico su celebri esperimenti di priming come l’“Effetto Florida”: molte di queste ricerche non sono state replicate in modo coerente, sottolineando l’importanza di una lettura rigorosa dei bias senza affidarsi a spettacolarizzazioni. I bias, dunque, non rappresentano anomalie rare del pensiero, bensì manifestazioni ordinarie dei meccanismi cognitivi.
Un punto centrale della riflessione ha riguardato la natura ricostruttiva della memoria. Ogni volta che si richiama un ricordo, esso viene aggiornato e arricchito da conoscenze precedenti, dal contesto e dall’emotività. Questa dinamica favorisce la formazione di falsi ricordi, spesso percepiti come autentici. La memoria, quindi, non è una copia esatta dell’esperienza, ma una sintesi che evolve nel tempo e nel confronto con la collettività, influenzando narrazioni pubbliche, simboli e identità condivise.
I meccanismi di consolidamento della memoria sono stati oggetto di attenta analisi. Le tecniche passive, come la semplice rilettura o sottolineatura, sono poco efficaci. Le strategie più solide prevedono l’elaborazione attiva del contenuto: riformularlo, spiegarlo, recuperarlo a distanza di tempo. Il cosiddetto generation effect mostra che ciò che si produce attivamente è vissuto come più rilevante e si conserva meglio. Inoltre, distribuire il ripasso nel tempo e richiamare l’informazione subito dopo l’apprendimento rendono il ricordo più stabile.
È stato inoltre sottolineato che la memoria non è una facoltà unica: coinvolge sistemi distinti — episodico, semantico, procedurale, prospettico, implicito — ognuno con basi cerebrali differenti. Questo spiega perché sia possibile perdere alcune forme di memoria lasciandone integre altre, come rivelano vari casi clinici.
Il ruolo della tecnologia nella gestione della memoria è stato affrontato senza ansie. Delegare informazioni a strumenti digitali non impoverisce le capacità cognitive, ma amplia la possibilità di affidare dati a supporti esterni, proprio come avvenuto in passato con la scrittura e i libri. La memoria personale rimane un processo complesso; la tecnologia si pone come sua funzione accessoria, estendendo e potenziando le possibilità della mente.
Il primo appuntamento di The K.hub Journey ha offerto uno spunto ampio per ripensare il significato dell’oblio nella vita cognitiva. Lungi dall’essere un difetto, la dimenticanza è parte di una strategia evolutiva che rende il pensiero più efficiente e l’esperienza meglio organizzata.
